Centrale a Biogas a Ponte di Piave. Difendiamoci subito dalle speculazioni.

Da e , 9 luglio 2012 19:32

In seguito alla delibera della Giunta Regionale, datata 5 giugno 2012, che consente la costruzione di un impianto per la produzione di energia elettrica alimentato a biogas presso il comune di Ponte di Piave, sorge notevole preoccupazione dovuta al tipo di materiale che verrà utilizzato per ricavare quest’energia.

La fermentazione di rifiuti animali non è fonte di particolari preoccupazioni, anzi, lo smaltimento di questo tipo di scarti e la loro conversione in energia è proprio uno dei motivi per cui è stata sviluppata la tecnologia delle centrali a biogas.

Il dato allarmante consiste invece nella decisione di co-fermentare anche produzioni agro-energetiche. Fanno parte delle PAE (Produzioni Agricole Energetiche) anche colture normalmente prodotte per scopi alimentari, come il mais, che aumenterebbe di molto il rendimento dell’impianto.

Il vantaggio economico è evidente ma quali conseguenze avrà questa scelta sul territorio?

In primis riteniamo che l’utilizzo del terreno agricolo per la coltivazione di vegetali destinati alla produzione di energia, sottraendoli alla produzione di alimenti, possa produrre gravi scompensi all’economia rurale.

Ovunque non c’è stato un controllo rigido fin dall’inizio delle fonti utilizzate da questi fermentatori, la speculazione economica ha prevalso sul buon senso. Possiamo citare come caso emblematico la provincia di Cremona, ove il 25% dei terreni agricoli in questo momento sono coltivati a mais per biogas.

La monocoltura intensiva di mais è estremamente problematica dal punto di vista ambientale perché consuma tantissima acqua e fa uso di una quantità massiccia di pesticidi, favorito dal fatto che non essendo destinata all’alimentazione: appaiono ovvi i problemi di inquinamento delle falde acquifere e di impoverimento dei terreni.

Inoltre ricordiamo che l’energia prodotta con questo metodo è considerata “green”, e viene quindi pagata ben 28 cent/kWh, circa tre volte quello che viene pagata l’energia tradizionale. Grazie a questi incentivi il ricavato economico per chi produce biogas è talmente alto che queste aziende possono pagare affitti dei terreni molto più alti di quelli normali, arrivando anche a 1500-1800 euro per ettaro.

Questo processo quindi, oltre a costituire uno scempio dal punto di vista etico perché dirotta alimenti alla produzione di energia, rischia anche di sottrarre terra alle aziende agricole del territorio (molte delle quali hanno gran parte dei terreni in affitto e non potranno competere con i grossi investitori) dando vita ad una forma di neo-latifondismo basato su colture intensive su grande scala, potenzialmente incuranti dei danni alla natura e alla salute dei prodotti utilizzati, non più vincolati dai limiti alimentari.

Speriamo che quest’agghiacciante scenario non si verifichi anche nel nostro territorio, che si tratti di allarmismi infondati e che l’impianto in costruzione a Ponte di Piave utilizzi solo prodotti di scarto e non-food.

Ci auguriamo che presto anche la nostra regione si renda conto del problema e emani linee guida per la gestione di questa tecnologia.

La delibera regionale: http://bur.regione.veneto.it/BurvServices/Pubblica/DettaglioDgr.aspx?id=240545

Aggiornamento 15.07.2012: articolo del Gazzettino

Articolo del Gazzettino

Una bacheca per gli eventi

Cosa facciamo questa sera? Feste, sagre, incontri, concerti: in un territorio attivo come il nostro le alternative si sprecano quasi ogni giorno, soprattutto in questo periodo. Fortunati internauti ricevono miriadi di inviti attraverso newsletter e facebook, ma quando ne vengono sommersi la tentazione di ignorare gli avvisi è grande. I lettori di quotidiani locali possono consultare costantemente articoli e trafiletti dedicati agli eventi ma in genere vengono informati solo all’ultimo momento. Nel secolo della multimedialità, forse vale ancora la pena, per organizzatori e fruitori, di affidarsi al mezzo più “classico”: la locandina.

Una legge nazionale (DL 507 del 1993), recepita dai comuni, regolamenta dettagliatamente le “Pubbliche affissioni”.

Gli ideatori degli eventi si sbizzarriscono con le grafiche più accattivanti o con le impaginazioni più funzionali, pagano la relativa tassa comunale ed espongono i propri manifesti. Ma dove? Il nostro regolamento comunale (art. 32) garantisce l’affissione di “manifesti […] contenenti comunicazioni aventi finalità istituzionali, sociali o comunque prive di rilevanza economica” in “appositi impianti a ciò destinati”, ma ad oggi il Comune di Oderzo non dispone di queste strutture.

Secondo lo stesso regolamento il Comune dovrebbe dedicare una superficie di 35 mq ogni 1000 abitanti (il regolamento è stato aggiornato l’ultima volta nel 2004 ma ora ci sono 3000 abitanti in più!). L’art. 46 stabilisce che gli impianti pubblici destinati alle affissioni siano riservati per il 15% a comunicazioni istituzionali, per il 15% a comunicazioni di natura sociale e comunque prive di rilevanza economica, per il restante 70% alle affissioni commerciali.

Girando per Oderzo sono facilmente identificabili i primi spazi: tutti noi abbiamo ben presenti le “bacheche del Comune”. Il resto delle affissioni dovrebbero essere eseguite sui “pannelloni grigi” che ospitano costantemente avvisi commerciali e manifesti di grandi eventi e che sono gestiti in appalto dalla ditta Abaco. Cosa improponibile per le piccole manifestazioni perché ci si dovrebbe recare a prenotare gli spazi con almeno due mesi di anticipo, spendere una fortuna per realizzare poster enormi e sperare che i gestori del servizio distribuiscano equamente nel territorio i manifesti.

Ecco dunque la nostra proposta: istituire delle apposite bacheche su cui poter esporre le locandine degli eventi del nostro territorio.

Molti comuni l’hanno già fatto: esse rappresentano una facilitazione per gli organizzatori e un luogo istituzionale per tutti i cittadini che si vogliono informare. Si eviterebbero così anche le affissioni “selvagge” e si limiterebbero quelle sulle vetrine degli esercizi commerciali e la gara “a chi arriva prima”.

In un Comune che non ha ancora fornito a tutte le associazioni una sede in cui riunirsi è troppo chiedere che si trovi almeno uno spazio per le loro locandine?

La richiesta che abbiamo protocollato e la ricevuta:

Pdf richiesta bacheche affissioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aggiornamento 16.07.2012 Abbiamo ricevuto una risposta dal Comune, la potete trovare qui: Risposta del Comune – richiesta Bacheche

Una riforma senza… giovani

Da , 9 luglio 2012 19:19

La riforma del lavoro è legge. La chiedeva l’Europa, nella lettera di agosto firmata Draghi e Trichet che ha accelerato la caduta di Berlusconi e aperto la parentesi quadra dei professori. Se all’ultimo vertice di Bruxelles Mario Monti ha strappato così tanto, compreso il meccanismo “sgonfia spread”, è perché ci è andato con i compiti fatti. Con la riforma delle pensioni e quella del lavoro già approvate.

Necessaria, di sicuro. Efficace, da capire. Le aspettative sul testo di Elsa Fornero erano alte. Il ministro le aveva ingigantite, promettendo una legge «europea», con un sistema di diritti e ammortizzatori sociali universali. Una mezza rivoluzione per l’Italia, Paese dell’Unione con le disparità più evidenti tra gli iper-tutelati insider, i lavoratori dipendenti, e gli outsider, il popolo dei precari, molte donne e molti giovani.

Un passo in questo senso c’è. La riforma rende più costosi i contratti atipici mentre sgrava fiscalmente quelli stabili. L’obiettivo, parola di Fornero, è spingere le aziende a offrire lavoro dipendente a tempo indeterminato. Della giungla di contratti precari però neanche uno viene eliminato. Per quanto costosi, converranno ancora. Mentre i maggiori oneri di cui sono gravati rischiano di penalizzare anche le forme “buone” di flessibilità, ostacolando le assunzioni.

Ben poco universale è anche l’Aspi, la nuova forma di sostegno ai disoccupati. Per i lavoratori dipendenti, anche se nuovi assunti, sarà più facile ottenerla. Ma gli atipici non sono coperti: per loro resta la vecchia una tantum. Esigua e con requisiti molto stretti, non garantisce un’adeguata continuità reddituale. Tra un contratto e l’altro molti giovani continueranno a dipendere dalle famiglie.

Di fronte a questi limiti le novità positive sullo stage – sarà retribuito, alleluia – e sull’apprendistato – incentivato – sono poca cosa. Una volta di più le nuove generazioni hanno pagato il fatto di non essere rappresentate, né dal parlamento dei professionisti né dai sindacati di pensionati e lavoratori dipendenti. Senza un mercato di lavoro a misura di giovani l’Italia non ripartirà, ci voleva una riforma di rottura. Lo sapevano bene i tecnici che attorno ai dati sulla disoccupazione under35 hanno scritto delle biblioteche. Hanno scelto il compromesso, pur di presentarsi con i compiti fatti.

Esodati, disastro “tecnico”

Il Governo dei tecnici scivola sui numeri. Tutto ha origine con la riforma delle pensioni approvata lo scorso Dicembre, che prevede l’innalzamento dell’età pensionabile e il passaggio al sistema contributivo per tutti. La legge, però, non ha tenuto conto di una platea di lavoratori che si ritrova senza stipendio e senza pensione: sono gli “esodati”, tra cui troviamo chi ha lasciato il proprio lavoro, volontariamente o meno, poco tempo prima dell’entrata in vigore delle nuove norme, confidando in un pensionamento di lì a pochi anni. Tuttavia questo tarderà ad arrivare, a causa del cambio di regole “in corsa”. Il problema non è di poco conto e incide profondamente sull’esistenza di chi vi è coinvolto. Gli esodati sono persone sopra i cinquant’anni che difficilmente riusciranno a reinserirsi nel mercato del lavoro in un momento di crisi come quello attuale.

Il Governo e il Ministro del Lavoro, Elsa Fornero, sono corsi ai ripari varando all’inizio di Giugno un decreto a tutela di 65mila lavoratori che smetteranno di lavorare entro il 2013. Per questi è prevista la possibilità di andare in pensione secondo i requisiti pre-riforma. Qualche giorno dopo il provvedimento, però, l’ANSA ha diffuso un documento interno dell’INPS secondo il quale ci sarebbero 390.200 lavoratori in uscita con i piani di ristrutturazione aziendale e che rischiano di restare senza una fonte di reddito. Secondo lo stesso documento la Fornero sarebbe stata a conoscenza delle cifre prima di redigere il decreto salvaguardia. Il Ministro ha reagito scagliando la propria ira sui vertici dell’ente previdenziale e dopo una settimana ha comunicato le proprie stime, che prevedono “solo” altre 55000 persone da salvaguardare.

Un simile balletto di cifre sulla pelle di migliaia di individui è grave e stucchevole. Imbarazza l’incompetenza di un ministro “tecnico”, costretto a porre rimedio ad una situazione causata dalla frettolosità con la quale è stata varata la riforma delle pensioni. Inoltre non sono ancora state prospettate soluzioni per chi perderà il proprio lavoro dopo il 2013 a causa di accordi già stipulati. Non è accettabile che migliaia di lavoratori vengano privati di ogni forma di sostegno, dopo che già si è deciso di scaricare i costi della crisi soprattutto su dipendenti e pensionati.

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