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La seconda volta di Corbyn

Da , 4 ottobre 2016 06:53

img_4Lo scorso 24 settembre Jeremy Corbyn, è stato rieletto Presidente del Labour Party britannico. Forte del 61,8% dei consensi, ha sgominato l’avversario Owen Smith, esponente di una sinistra più moderata. Dopo l’ascesa di Corbyn, un anno fa, è triplicato il numero degli iscritti al partito, che oggi, con oltre 640.000 affiliati, è il più grande partito socialista d’Europa.
All’indomani della uscita della Gran Bretagna dall’Europa, avversari, non meno che alleati, tentarono di delegittimarlo, non ritenendolo personalità adatta a ricoprire il ruolo di eventuale Primo Ministro nella fase di allontanamento dalle politiche del vecchio continente. L’81% dei parlamentari del suo partito votò una mozione di sfiducia nei suoi confronti; non bastasse questo, a luglio il Comitato esecutivo del partito stesso, stabilì la regola per cui gli iscritti al partito dopo il 12 gennaio di quest’anno non avrebbero avuto il diritto di votare alle primarie per la scelta del loro rappresentante: ufficialmente per impedire la spiacevole eventualità di infiltrazioni, in realtà per allontanare la possibilità che una personalità come Corbyn, noto per la sua franca disistima delle politiche neoliberiste, potesse essere riconfermata leader del primo partito all’opposizione; l’accusa di non essersi speso con sufficiente vigore nella campagna sul voto al referendum per restare in Europa ha contribuito a disconfermare la sua immagine pubblica.
Nonostante ciò Corbyn ha rifiutato di dimettersi, facendosi forte di quel 60% delle preferenze che lo scorso anno gli erano state tributate. Gli attacchi, lungi dal scalfire la sua figura, lo hanno rafforzato e l’ammutinamento dei suoi deve aver inciso sulla motivazione dei più fedeli sostenitori di supportarlo alle urne.
In un’intervista alla BBC, Corbyn ha affermato di voler creare “un partito aperto” attento a rispondere dei bisogni della popolazione britannica e, in questa direzione, muove il suo disegno politico: ripristinare i sussidi dello Stato per i lavoratori disabili; creare una banca nazionale per gli investimenti in opere pubbliche, avendo come obiettivo primario la rinazionalizzazione della rete ferroviaria; rafforzare i controlli da parte delle autorità giudiziarie in materia di lavoro nero e sottoccupazione; fornire supporto monetario alle aree a più alta immigrazione.
Il fatto che mal si adatti alla deriva sloganistica ultimamente condivisa dalle democrazie occidentali, non fa di Corbyn un escluso, bensì, per la seconda volta, ci dà speranza di trovare in lui il rappresentante di una nuova sinistra più attenta a cogliere le contraddizioni delle politiche economiche di austerità. Manca, forse, soltanto la sfrontatezza di tradurre le buone idee in realtà.

Jeremy Corbyn: la vittoria delle idee

Da , 5 ottobre 2015 16:12

Con Keir Hardie, fondatore del partito di cui è appena stato eletto leader, Jeremy Corbyn ha in comune una folta barba, gli occhi incavati e un po’ spiritati.

Se Hardie nel 1892, prendendo posto in Parlamento come segretario del Partito Laburista, venne redarguito dagli altri membri per essersi rifiutato di indossare la classica redingote nera con collo inamidato e cappello a cilindro, preferendole un sobrio completo di tweed con berretto abbinato (la tipica mise del contadino), il suo neoletto successore non ha mancato di suscitare commenti imbarazzati nella stampa più frivola a proposito del suo stile dimesso. Continua la lettura 'Jeremy Corbyn: la vittoria delle idee'»

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